Jet Lag

Sto cercando di rimanere sveglia, ma è difficile. Un’altra cosa che sto cercando di fare è rimettermi in marcia, con ritmi diversi, ovviamente.

La stimolazione continua offerta in Cina toccava altre aree cerebrali, altri nervi, ora c’è da tirare la rete in barca e contare i pesci, i granchi, le bottiglie di plastica.

Per essere proprio precisi precisi, sono 12 anni che “frequento” la Cina. Un mese nel 2006, otto nel 2008, altri otto nel 2010, un mese nel 2015 e ora 25 giorni.

Non ho problemi a comunicare e a muovermi, ho ancora problemi a bere e a mangiare (e credo li avrò per sempre). Ma non divaghiamo.

Ho sonno, e tutti i malanni sono tornati. La casa mi sembra buia ma mi concentro sul tenerla in ordine. Il ritorno carico carico di libri mi ha costretta a mettere tutto a posto, le pile di carte e volumi ammontonati sui divani sono scomparse. Ma qualcosa continua a non quadrare.

Il tempo è un cazzo di guaio. Non serve a nulla essere assolutamente lucidi e presenti a se stessi, quello “corre sempre lui”, come direbbe zia Maria.

La prima settimana a Shanghai ho dormito, quindi ok, ci sta. Ma la seconda? Dal 12, giorno dello “speech” incriminato (nulla di grave, ho solo parlato di ben due dissidenti durante una conferenza di Studi Culturali a Shanghai), è stata una capitolazione. Il 12 pioveva in maniera aggressiva e ho passato tutto il giorno con le scarpe bagnate.

La sera i ragazzi sono tornati dalla gita e due di loro mi avevano portato dei regali. L’ultima settimana, una tragedia anche peggiore: due giorni per rendersi conto che stava finendo, poi è arrivato R. e dunque mattine e pomeriggi completamente saturi.

Giovedì il diluvio ed io dovevo preparare la lezione-prova finale, R. chiuso in stanza si lamentava. Venerdì la prova è andata liscia, finalmente la vera vacanza. Dal 18 al 26, otto giorni dunque.

Siamo stati un altro giorno a Shanghai, poi siamo partiti: Suzhou  苏州, Mudu 木渎, Tongli 同里, Hangzhou 杭州 e ritorno a Shanghai.

Un soffio davvero, nonostante il caldo e le zanzare nei giardini affollati. Ecco, saranno stati i giardini, perché non avevo mai visto nulla del genere. Per questo motivo forse le giornate sono state una sinfonia coerente, scandita da camminate, pranzi, templi, pagode e cene a base di 小笼包,生煎 e tutto quello che potevo, in realtà, solo guardare. Io ho mangiato quasi solo verdure in padella e riso, o 面 con verdure miste e funghi, ma era giusto viziare il neofita.

A poco è servito andare a letto tardi e svegliarsi presto, tutto è scappato via insieme al sudore.

E ora cerco di acciuffarlo come il filo di un palloncino.

Ah, a proposito, hanno riaperto l’Edenlandia.

Advertisements

Shanghai, 9 agosto

Le giornate volano tra il caldo umido della strada e le folate gelide degli interni. L’odore di cibo la fa da padrone, intervallato da puzze varie, d’origine e forma sconosciuta. 体育会西路 è uno stradone sormontato da una sopraelevata in cemento, ma è pieno di verde perché i rampicanti hanno deciso di raggiungere la sopraelevata e dichiarare guerra al traffico. C’è il campo, dove ogni giorno e ad ogni ora (anche al buio) persone corrono, c’è la piscina, c’è lo stadio 虹口足球场, c’è il parco di Lu Xun. Non è centrale e si sta tranquilli, c’è anche un enorme centro commerciale con Carrefour.

Le giornate volano, tra il caldo torrido della strada e il gelo del condizionatore dietro le reni durante le ore di lezione. Si pranza alle 11:30 e alle 12 di nuovo in classe, fino alle 14:30.

Ovviamente tutto questo mi ricorda altro, mi sembra passato un secolo ed è più o meno così. Poco meno di otto anni fa mi facevo fregare l’esistenza da una serie di scelte imbecilli. Sprecavo tempo dietro strani sensi di colpa e il mio amore tormentato, soffrivo. Non mangiavo, non studiavo. Potevo viaggiare ma non l’ho fatto.

Mentre ascolto le storie di chi è in Cina per la prima volta penso a tutto quello che ho sacrificato per questo Paese, ma anche tutto quello che mi ha dato, al punto di partenza e al punto di arrivo. Mi riconosco negli sguardi terrorizzati e nell’ansia da “interrogazione”, però devo dire che fin dalla più giovane età sono stata una faccia di bronzo. Mi sono sempre lanciata ovunque, anche senza un minimo criterio, anche senza avere paracadute.

Sarà che ho un eccezionale senso dell’orientamento. Sì, ok, potete pensare che io stia esagerando, ma non è così. Ogni volta che lo sottovaluto e poi parto mi rendo conto di avere i superpoteri e di ricordare qualunque posto io veda anche mezza volta. L’unico momento in cui è utile è in viaggio, quindi sono molto felice di accorgermi di avere un pregio assoluto, chiaro e senza compromessi. Di non essere così inadatta al mondo, per intenderci.

L’ansia e la voglia di scoprire si sono sempre combattute tantissimo, ma ogni volta ha vinto la seconda. A questo punto però riesco a raccoglierne i frutti, ad affrontare le sfide in maniera più posata e a godere di tutto quello che l’ansia di norma oscura.

La vita in stanza condivisa è divertente, anche il ritorno alla modalità “classe” non è male. Sono tra le più grandi ma siamo quattro o cinque e non è così terribile dopotutto: ci guardiamo negli occhi e sappiamo cosa vuol dire aver vissuto qui molto a lungo e essere passate per tutta una serie di tappe obbligate.

Prima fra tutte la necessità di abbandonarsi all’altro, di lasciar andare.

 

 

 

Shanghai: SISU

Non avendo dormito affatto in aereo, ho poltrito nel tragitto Pudong-Sisu. La Shanghai Waiguoyu Daxue ci ha accolti attraverso una guesthouse che, per quanto possa sembrare piccola all’ingresso, è un palazzo di più di 18 piani.

In questi due giorni abbiamo avuto i problemi di rito: valigie smarrite, jet lag, 拉肚子. Stamattina abbiamo tardato alla riunione nella 大厅della guesthouse e, di conseguenza, ai saluti in apertura dei lavori, e siamo stati abbandonati dalla volontaria che voleva stare con noi quest’estate. Ci siamo fatti riconoscere, casualmente per colpa soprattutto di un compagno di classe cinese, che fa sempre come cazzo gli pare.

Il cielo è prevalentemente azzurro, con sprazzi di grigio. Il quartiere è molto verde. Siamo in zona 虹口足球场, su 西体育会路. A nord di tutto, nella vecchia “semi”concessione giapponese, per intenderci.

La zona è tranquilla, c’è anche un fiumiciattolo e ieri abbiamo visto uno strano uccello acquatico affacciato ad un ponte, immobile, fissarci nel buio della sera.

Lo so che vi aspettate qualcosa di poetico o malinconico, ma è presto, mi sto ancora acclimatando e faccio fatica  stare sveglia. Per fortuna ho molto da fare e poco da rimuginare.

A breve qualche news sui corsi.

Domani

Domani vado a Shanghai, dopo 3 anni che manco.

Come so già non avrò accesso a questo blog, perché wordpress è bloccata, a meno di non fornirmi di VPN. Paradossalmente non ho ancora deciso.

Forse lo scarico sul cel, giusto per dare un occhio all’email, ma sinceramente non lo so. Non desidero così tanto essere connessa a tutto ciò che scandisce le mie giornate italiane.

L’unica cosa a cui non posso rinunciare è scrivere, però, e di aprire un ennesimo blog non ho voglia.

Quindi chissà, magari ci si risente o magari no.

 

In ogni caso grazie per essere qui.

Nepal,primi giorni

Nepal

Avevo perso le fototessere da qualche parte e mi servivano per il visto.
All’arrivo a Kathmandu,alle 10 di sera circa, temevo di non trovare nulla aperto e di avere difficoltà ad orientarmi, ma da subito il Nepal si è presentato come una terra cordiale, disponibile. Turistica.
Appena usciti dall’aereo ecco che ti accolgono due o tre addetti al visto, che ti prestano anche la penna, ti mostrano i moduli da riempire, ti scattano le foto. Poi passi al pagamento, 40 dollari per 20 gg.
L’aria è tiepida, non afosa come a Wuhan. Una calca incredibile si affolla fuori l’aeroporto, ma riesco ad individuare M., che mi viene incontro con un sorriso dolce. Ha preso il taxi, che ci aspetta nel parcheggio. Noto subito, con stupore dovuto ad ignoranza, che la guida è a destra.
Strade strette, trafficate, poca luce, molti cani stravaccati: il primo impatto con Kathmandu in notturna mi lascia un po’ confusa. L’albergo è bello, costruito in stile “nepalese”, grosse pietre rosse e intarsi sui cornicioni. Le bandiere di preghiera collegano i balconi e le finestre, un lungo filo a cui sono attaccati pezzi di stoffa leggera e coloratissima.
La notte è calata, i rumori della città si affievoliscono. Qualche cane continua ad abbaiare.
La mattina canta un gallo e mi chiedo dove sia, questo gallo.
Ci dedichiamo a kathmandu per qualche giorno e ci facciamo stancare da questa città troppo caotica, trafficata, turistica. M. insiste che è perché siamo a Thamel, il quartiere “turistico”, ma fuori Thamel tutto sembra in distruzione, grigio e sporco. Kathmandu ci spinge al trekking e dopo aver chiesto qualche prezzo qua e là, ci facciamo abbordare da un tizio per strada e un’agenzia nascosta in un palazzo buio. Il proprietario tutto sorrisi e franchezza cerca di fregarci. Do il peggio di me e riusciamo a strappare un buon prezzo per un 5 giorni di trekking alla base dell’Anapurna.
Partiamo il giorno dopo all’alba. La nostra guida ci viene a prendere sotto al palazzo. E’ un ragazzino scuro, snello, con occhi e sorriso dolci. Siamo colpiti dal suo microscopico zaino, che confrontiamo le nostre valigie.
Saliamo sul taxi, arriviamo alla fermata degli autobus. Ci mettiamo ad aspettare insieme ad un gruppetto di nepalesi raccolto attorno ad una capra legata e nervosa. Si fa la pipì addosso e cerca di prendere a cornate questo e quello, finchè non arriva il padrone e la tranquillizza. Ridono, parlando della capra.
Arriva il bus, saliamo e ci sistemiamo tranquilli. Il viaggio per Pokhara è di 7h, durerà di più perché, sul tragitto, incontriamo un fiume in piena che siamo costretti ad attraversare con attenzione.
Prima che tocchi a noi però stiamo fermi un bel po’, mentre il cielo scuro continua a versare pioggia.
All’arrivo a Pokhara troviamo una bella atmosfera: la città è costruita attorno al secondo lago più grande del Nepal. Affittiamo una piccola canoa e remiamo verso il centro del lago, postazione dalla quale riusciamo a scorgere la catena dell’Anapurna. Grandi aironi ci volano sulla testa. Una famiglia di filippini si fa il bagno.
La sera ceniamo in un ristorante vicino l’albergo, il mattino dopo saremmo partiti per il trekking.
La sveglia è di nuovo all’alba, prendiamo il minimo indispensabile (sempre comunque troppo) e saliamo sull’ennesimo bus, stavolta carico di pulcini in scatole. Il loro costante pigolìo e il saliscendi di gente di tutti i tipi ci avrebbero accompagnati per le tre ore di tratta verso le montagne.
Quello che si nota, da subito, è che le donne nepalesi hanno una profonda cura del proprio aspetto. O almeno, nei limiti della loro cultura. Anche quelle che sembrano più povere non rinunciano all’abito coloratissimo, alle collane, agli orecchini d’oro e allo smalto. Alla lunga treccia di capelli, al trucco nero attorno agli occhi, agli anelli.
Gli autobus sembrano funzionare ad urlo. Uno o più tizi, di solito molto giovani, si affacciano dalla porta del bus urlando la tratta e cercando di racimolare passeggeri, a volte senza nemmeno fermarsi (anche perché le vere e proprie fermate dell’autobus sono rare..ne ho giusto visto qualcuna nella capitale, ma per il resto qualsiasi luogo può essere fermata).
La gente sale al volo, si trascina buste e bustone enormi, di grano, banane, cianfrusaglie.
Arriviamo.
Inizia la prima passeggiata, di qualche ora, verso la montagna. Il primo giorno è stancante più perché non siamo abituati, e per il caldo, che per altro. Costeggiamo un fiume, ci addentriamo in quella che comincia a sembrare una giungla, un cane nero ci segue allegro, per un po’. La pioggia ci sorprende che siamo già arrivati alla prima teahouse. Detta anche la teahouse del terrore.
Il posto è immerso nel verde selvaggio, si riesce ad intravedere un torrente e, in lontananza, la strada impervia che si arrampica tra i monti. In poco tempo cala la nebbia e la notte.
Siamo arrivati presto e non abbiamo molto da fare. Giriamo per la guesthouse e iniziamo a contemplare un enorme insetto che se ne sta, tranquillo, fuori la finestra dei nostri vicini di stanza (una famiglia di francesi che incontreremo poi per tutto il tragitto). Ceniamo alle 6, dopo due partite a battaglia navale.
La notte è da incubo. La piccola stanza non sarebbe nemmeno così tremenda se non fosse per gli insetti…appena spegniamo la luce sentiamo rumori sospetti. Decidiamo di mettere il letto al centro della stanza, dai rumori gli insetti sembrano enormi e cattivi, ma accesa la luce non vediamo più nulla.
Voglio recuperare qualcosa dallo zaino, mi alzo per prenderla e vedo qualcosa che si muove a dieci centimentri dalla faccia. Urlo a M. di accendere la luce e scopriamo che un enorme ragno se ne sta, bello e tranquillo, al centro del muro di fronte a noi. Enorme, si fa per dire. Titanico. Qualcosa di mostruoso. Inizia la tiritera: no non lo uccidere, ma è schifosissimo, ok allora uccidilo, ma come? Infine arriva il proprietario della guesthouse, ridendo, e lo uccide con uno spray.
Anche da morto, il ragno fa una certa impressione.
Ci addormentiamo con il letto al centro della stanza, avvolti da rumori sospetti e tra strati di coperte.

Bai Bai Wuhan

Cara Wuhan,
vaffanculo!

Sono stanca del tuo grigiore, dei tuoi palazzi in costruzione, dei lavori per la metropolitana infiniti. Sono stanca del traffico eterno, della patina di sporco e del fango. Sono stanca del tuo pressappochismo, della tua disattenzione totale al dettaglio e alla comodità.
Sono stanca del Sushi bar senza salmone, dei prezzi sballati.
Sono stanca del mio quartiere, Jianhu, isolato e fuori dal mondo, lontano da qualsiasi luogo minimamente attraente. Sono stanca di questo dormitorio vuoto, dei ristoranti che fanno sempre gli stessi piatti e usano verdura vecchia.

Sono stanca del 90 percento di questa gente. I wuhanesi, incazzati perchè ti odiano ma non possono andarsene, gli stranieri, come sempre una massa di scimmie pettegole.

Le voci, i giudizi, la cattiveria gratuita che dovrebbero scivolarmi addosso come l’acqua di questa pioggia incessante.
Gli sguardi di sbieco, il senso pratico e l’ipocrisia. Basta, Wuhan. La falsa ingenuità, il falso pudore, l’odio represso.

Caccia tutto. Rigettaci via come mele marce quali siamo. La gente viene qua a succhiare da te e rimane invischiata nel fango.. ma io me ne vado, Wuhan, perchè non mi fido più.
Mi dispiace. Pensavo di poterti accettare, con tutte le tue imperfezioni, perchè in fondo sei un posto come un altro per vivere da sola, per vivere la cina. E invece non lo sei.
Non hai nulla da offrirmi.
A parte questo laghetto tiepido, in cui oggi ho immerso i miei piedi già spugnati per la pioggia incessante di cui sopra. E le cicale, e i grilli e i merli e le gazze ladre. E qualche rappresentante della specie umana che, devo ammetterlo, mi ha sopportata parecchio, in momenti in cui era difficile sopportarmi.

Ma me ne vado senza rimpianti. E non tornerò mai più, stanne certa.
Anche se mi hai insegnato parecchio, credo (chi può mai dirlo con sicurezza?).
Ti ho amata, ma eri sporca.